La scuola malata di finitudine: non serve finire per migliorare


La scuola malata di finitudine: non serve finire per migliorare

Una riflessione sull'ossessione di completare, e su dove avviene davvero l'apprendimento.

Di Daniele Pasini · www.metodomusicarte.com


La scuola è malata di finitudine. Uso questa parola di proposito, giocando sull'assonanza con «finire»: la intendo come la smania di portare ogni cosa a un termine, a un punto finale. È una malattia che, prima o poi, rischia di colpire un po' tutti noi insegnanti. In cosa consiste? È semplice: nell'ossessione di finire, a tutti i costi, un lavoro.

C'è una contraddizione di fondo. Da una parte predichiamo che siamo tutti diversi, che ciascuno ha i suoi tempi di apprendimento e di esecuzione. Dall'altra, però, riempiamo il calendario di scadenze. E buona parte dell'ansia, nostra e degli alunni, nasce esattamente qui.

"Non perdere tempo" non significa "finire"

Un conto è invitare un bambino a non perdere tempo perché c'è un lavoro da fare; un altro conto è pretendere che quel lavoro sia finito. Perché finire dipende dalla difficoltà del compito, e la difficoltà, a sua volta, dipende dalla bravura, dalla velocità e dalla dimestichezza di ogni singolo alunno.

Così ci sono bambini che terminano prima e bambini che non terminano mai. Nascono allora i "lavori" che l'insegnante completa al posto degli alunni: di per sé non è uno scandalo, ma quando le scadenze e i progetti sono troppi, l'insegnamento diventa un incubo per chi insegna e l'apprendimento un incubo per chi impara. Chi finisce prima va intrattenuto con altro, e il cane si morde la coda: non si finisce più.

Non voglio qui proporre soluzioni: ogni insegnante trova la sua, e ogni scelta — anche quella di consumarsi tra mille scadenze — è rispettabile, perché coerente con il proprio modo di essere e di vivere la scuola. Il punto che mi preme è un altro.

Ho imparato disegnando (senza finire)

Nella mia piccola esperienza con il disegno, e in particolare nelle lezioni online con Enrico Deiana, capitava spesso di lasciare i lavori incompleti per mancanza di tempo. A volte riuscivo a terminarli, a volte no. Eppure un fatto emergeva chiaramente: anche quando non finivo, di settimana in settimana miglioravo comunque.

Certo, con un esercizio quotidiano e costante si migliora di più: questo è fuori discussione. Ma non sempre lo si può avere. E allora dove voglio arrivare?

Voglio arrivare a questo: non è necessario che un lavoro sia finito perché ci sia miglioramento. L'apprendimento si gioca soprattutto in quel momento in cui stai lavorando. Che il bambino finisca o no, che l'adulto riesca o no a proseguire a casa, un miglioramento c'è sempre.

Ecco perché fisso obiettivi ambiziosi

È proprio per questo che, sia in Musica sia in Arte e Immagine, fisso sempre obiettivi ambiziosi. So perfettamente che ci sono bambini che portano a termine il compito e a casa ci lavorano anche per ore, e bambini che non ci riescono. A tutti dico la stessa cosa: voi fate quello che riuscite a fare. Perché qualunque cosa facciate, vi state comunque sforzando, state comunque cercando di migliorare.

Non è un'idea nuova nel mio percorso: l'ho già messa nero su bianco nel libro MusicArte – Musica, Arte e Immagine nella scuola primaria, dove, parlando dei pregi delle "varianti", scrivo:

«Lo sforzo produce sempre un miglioramento, quindi l'importante non è riuscire, ma sforzarsi.»

È lo stesso principio, applicato al disegno e alla musica: ciò che conta non è arrivare al traguardo, ma la strada che si percorre provando.


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